L’economia romana e il ciclo economico nazionale

Roma_dall'aereoRingrazio Sua Eminenza, il Cardinale Vallini, Sua Eccellenza, Monsignor Leuzzi e il professore Mirabelli per l’invito.

Mi è stato chiesto di offrire ai lavori di questo Forum economico sull’economia romana, qualche spunto introduttivo. Lo farò provando a rispondere a due domande.

La prima di carattere congiunturale: quale fotografia ci offre oggi la situazione dell’economia locale? Ovvero: come stiamo? La seconda di carattere evolutivo-strutturale: come si è evoluta, nel tempo, l’economia romana, fino ad assumere le caratteristiche attuali, in funzione delle scelte sul futuro? Ovvero: dove andiamo?

In entrambi i casi, inquadreremo la situazione locale con riferimento a quella generale, italiana in particolare.

Come stanno l’Italia e Roma?

La congiuntura economica italiana attraversa una delicata fase di passaggio. Essa è stata ben descritta dall’Istat qualche settimana fa, quando ha prospettato un apparente paradosso: il ridimensionamento dei dati di crescita (attraverso un abbassamento del Pil ed un incremento del deficit) e, contemporaneamente, la dichiarazione di uscita tecnica dalla recessione.

Lo stesso Governo ha, di fatto, utilizzato questo criterio quando, nel Def, ha, da un lato, ridimensionato i dati di crescita, portando il Pil all’1%; ma, dall’altro, non ha rinunciato alla crescita stessa, tenendo ferma questa previsione, senza cedere alle richieste di abbassarla. Non si tratta, però, di un paradosso. L’andamento oscillante dell’economia, con momenti di contrazione della ripresa, non modifica il quadro tendenziale, modesto e non soddisfacente, ma positivo.

La contrazione della ripresa è dovuta a due fattori precisi. Il primo: il peggioramento del quadro internazionale, aggravatosi in Europa dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles e dopo il voto inglese con la vittoria del no sull’appartenenza alla Unione Europea. Il secondo: il ritardo con il quale si sta attivando, nel nostro Paese, il ciclo degli investimenti e dei consumi. Ritardo dovuto a un inevitabile effetto a scoppio ritardato delle riforme economiche (si pensi agli incentivi fiscali, quali il super ammortamento, o al mercato del lavoro), ma, anche, di conseguenza, all’incertezza nel processo di fiducia sulle prospettive.

Eppure, la ripresa c’è: tutti gli indicatori ci danno tendenziali univoci nella direzione di marcia; ma, come abbiamo detto, oscillanti e modesti. Tali, cioè, da non cancellare la memoria o gli effetti della crisi recente e acuta che abbiamo attraversato e non tali, quindi, da tranquillizzare le famiglie e a incoraggiare gli investitori. Per dirla più semplicemente: si percepisce il cambiamento, ma non al punto da considerarlo definitivo; non si è certi della sua tenuta.

La situazione congiunturale dell’economia romana si presenta sostanzialmente in linea con la media nazionale. Nel 2015 il PIL è cresciuto dello 0,8%.

Questa moderata ripresa è stata favorita da più fattori:

  • un andamento positivo dei consumi e della domanda estera che ha interessato tutti i settori con eccezione dell’edilizia. I settori a tecnologia medio-alta stanno recuperando livelli produttivi vicini a quelli pre-crisi. In particolare la farmaceutica, l’aeronautica e l’aerospaziale. L’agroalimentare, i prodotti per le telecomunicazioni e le misurazioni segnano una inequivocabile ripresa. Al contrario, comparti come i prodotti in metallo, il calcestruzzo, i prodotti della stampa, quelli del legno e l’abbigliamento continuano a essere caratterizzati da segnali negativi o  deboli.
  • una lieve ripresa del mercato immobiliare, sebben i prezzi delle abitazioni continuano a essere in calo;
  • la crescita costante del terziario, principale settore dell’economia romana: nel turismo aumentano le presenze (più 4% rispetto all’anno precedente) e la spesa dei visitatori stranieri (più 3,8% rispetto all’anno precedente);
  • espansione dell’attività portuale (più 4,4% nel trasporto passeggeri, più 6,3% dei croceristi, più 6,3% nel traffico di merci) e quella aeroportuale (più 6,1% di incremento dei passeggeri rispetto al 2014);
  • aumento dei consumi di beni durevoli. In particolare nel 2015 c’è stato un aumento del 16,1% delle immatricolazioni di nuove automobili a fronte di un calo del 6,8% dell’anno precedente. Le vendite di veicoli commerciali leggeri sono cresciute del 32,2%. Rimane, invece, sfavorevole la dinamica delle vendite dei piccoli esercizi al dettaglio di prodotti alimentari;
  • accelerazione, con valori superiori alla media nazionale (più 9,2% rispetto al 3,8%), delle esportazioni. Ma, quasi la metà di questo export è stato dovuto al settore farmaceutico, seguito da quello automobilistico;
  • miglioramento del mercato del lavoro: crescono gli occupati (più 0,3%), diminuiscono le ore autorizzate di Cassa Integrazione Guadagni (dai quasi 43 milioni di ore del 2012 a meno di 30 milioni nel 2016), si riduce lievemente il tasso di disoccupazione. L’occupazione è cresciuta solo nel settore dei servizi (più 1,2%) mentre è proseguito il calo degli occupati nell’industria (meno 4,3%) e nelle costruzioni (meno 1,4%);
  • indicatori del settore finanziario che riflettono, ovviamente, quelli dell’economia reale. Alla fine del 2015 registriamo -3,6 per cento di credito alle imprese; -1,5 per cento nel complesso (famiglie e imprese), dati peggiori di quelli nazionali, così come negli anni precedenti. La massa delle sofferenze bancarie al 27,6 per cento per i prestiti alle imprese e al 10,9 per i prestiti alle famiglie, dati, anche questi, sensibilmente superiori alla media nazionale. Flussi di nuove sofferenze in crescita, con tassi d’incremento anch’essi in crescita, fino ai primi mesi del 2016. È invece cresciuto il risparmio finanziario di imprese e famiglie passando dal 4% di fine 2014 al 4,7% di fine 2015. Sono cresciuti i depositi in conto corrente (più 8,7% nel 2015 rispetto al 2014) ma stanno pure crescendo le risorse investite in fondi e polizze assicurative e previdenziali

La conclusione su questo primo punto della nostra riflessione è, a mio avviso, la seguente: abbiamo di fronte a noi un quadro che ci dà contraddittori e parziali segnali di ripresa economica; ma non sufficienti a renderla consolidata, anche per l’assenza di una chiara visione di marcia e di scelta di priorità. Questa situazione non appare in grado di “tenere” sul piano sociale: la situazione, infatti, dei ceti più deboli continua ad aggravarsi. Così le disuguaglianze tra i soggetti, i ceti e i sub territori urbani.

Un quadro, dunque, complesso, ma ricco di indicazioni sulle priorità: contraddittorio nella crescita, non disperato sul piano economico, seriamente problematico su quello sociale

Dove vanno l’Italia e Roma?

Questa analisi sulla situazione attuale ci facilita la lettura di quella strutturale. Ma prima di entrare nel merito di questo aspetto della “questione romana” è opportuno inquadrare il tutto con un colpo d’occhio alla prospettiva nazionale.

Facciamolo provando ad ipotizzare quale crescita pensiamo per l’Italia. Arriveremo, anche qui, alla conclusione che una strategia di sviluppo del Paese potrebbe avere le stesse direttrici di e per Roma capitale, Roma città metropolitana ed il territorio circostante, Lazio compreso.

Quali sono le caratteristiche principali dell’Italia, che possono diventare le assi portanti del suo futuro? Ne individuo tre.

  1. La struttura industriale e manifatturiera. Pur avendo pagato prezzi pesanti nella crisi recente (se siamo fuori dalla recessione, non significa che siamo fuori dalla crisi!), l’Italia resta un Paese solidamente industriale: tra i primi dieci nel mondo ed il secondo Paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania. Difendere e rilanciare la nostra industria è, dunque, una priorità per l’Italia. La scelta del Governo del proporre, nella legge di bilancio per il 2017/19, un iper ammortamento al 250% per la digitalizzazione del nostro apparato produttivo va in questa direzione. Tanto più va sostenuta la nostra industria se guardiamo al biglietto da visita dell’Italia nel mondo: il Made in Italy! Perché, non dimentichiamo che dietro al… design c’è sempre una industria metalmeccanica, tessile, chimica, agroalimentare, ecc. che produce quella “cosa” che piace tanto nel mondo.
  2. Il patrimonio artistico e naturale. Siamo, di gran lunga, il primo Paese al mondo per patrimonio culturale. Abbiamo una natura straordinaria (come si diceva una volta? Il giardino d’Europa…) e un clima invidiabile. E, per dirla con un parametro industrialista: i monumenti e il bel tempo non sono… delocalizzabili! Siamo, dunque, una miniera d’oro in termini di turismo e cultura. Vi è una ripresa di investimenti pubblici in questa direzione, compresa la proposta di un bonus fiscale del 75% per la ristrutturazione degli alberghi, presente nella legge di bilancio 2017.
  3. La logistica. Se, come nelle carte geografiche rinascimentali, guardiamo l’Italia dalle Alpi in giù, constatiamo come essa sia una naturale piattaforma di attracco che penetra nel cuore del mediterraneo. Una nave che viene da Est del mondo, via Suez, quando è davanti all’Italia è ancora molto lontana da Rotterdam! Inoltre, l’alto Tirreno e l’alto Adriatico sono due straordinarie porte verso l’Europa centrale e orientale

Non mi dilungo. Risulta però chiaro, da queste brevi osservazioni, che l’Italia ha straordinarie opportunità, purché scelga le proprie vocazioni. Ovvero, partiamo da ciò che siamo e che abbiamo e proviamo a svilupparlo.

Se questa, ora illustrata, è, come a me pare, una strategia Paese credibile ed efficace, non è difficile riscontrare che queste direttrici di sviluppo – industria, turismo e cultura, logistica e servizi – sono anche quelle più consone alla struttura e alla vocazione di Roma e del suo territorio.

Quali le caratteristiche tipiche della economia romana?

Per tutto il dopoguerra e fino all’inizio degli anni ’90 l’economia romana ha mostrato un carattere anticiclico: perdeva meno della media nazionale durante le crisi, guadagnava di meno durante le riprese.

Un’economia che “ammortizzava” il ciclo, perché meno specializzata di altre economie territoriali nei settori orientati all’export e perché molto caratterizzata da un ampio terziario urbano, in particolare pubblico.

Fra 1993 e 2011 questa tendenza si è invertita: Roma è cresciuta più del resto del paese fino al 2008 (salendo, nelle graduatorie del reddito pro-capite delle province italiane, dal ventesimo al settimo posto) e ha sofferto meno nei primi tre anni di crisi. Dal 2011 invece Roma (e con lei il Lazio, di cui Roma rappresenta più dell’80 per cento in termini di valore aggiunto, occupazione, eccetera) ha subito i colpi della crisi più di quanto sia successo nel resto del paese. E questo si vede guardando al reddito, all’occupazione, alla disoccupazione, alle sofferenze bancarie nel settore delle imprese. Qualche segnale moderatamente positivo – sempre in confronto con le dinamiche nazionali – sta emergendo, come abbiamo detto prima, nei primi mesi del 2016.

Perché abbiamo più crisi a Roma dopo il 2011? Elenco cinque motivi principali:

  1. la contrazione della spesa pubblica, intesa come occupazione pubblica e stipendi pubblici, che, ovviamente, pesa di più a Roma che altrove;
  2. la forte crisi del settore dell’edilizia, dopo il boom, in parte “drogato”, della fase precedente;
  3. l’aggravarsi della forbice, all’interno dei settori produttivi romani, fra chi è riuscito a riposizionarsi e restare competitivo e chi è stato falcidiato dalla crisi perché arretrato e troppo indietro nelle dinamiche di innovazione e produttività;
  4. le diseguaglianze sociali che, come abbiamo più sopra rilevato, sono aumentate a Roma sensibilmente di più che nella media nazionale (dati Banca d’Italia);
  5. la rilevante contrazione degli investimenti pubblici, più che nella media nazionale, a causa di due fattori: il primo, la crisi finanziaria degli enti locali (Comune e Regione); il secondo, l’assenza di un quadro di programmazione specifico delle risorse nazionali per gli investimenti strategici aventi rilievo nazionale. Un’assenza che, purtroppo, continua ancora oggi, probabilmente a causa della persistente crisi politica che da anni ha coinvolto il Comune di Roma. Molte aree metropolitane, infatti, hanno firmato i nuovi Contratti istituzionali di sviluppo, da Bari a Catania, da Torino a Napoli, ma ancora nulla si muove a Roma.

La conseguenza è un’economia e una società sempre più divaricate al loro interno.

Vediamone alcuni aspetti: Roma e Lazio contano per circa il 10 per cento dell’export nazionale di beni e per circa il 22 per cento dell’export nazionale di servizi. Queste quote sono in crescita costante, anche negli ultimi anni: l’export romano-laziale, insomma, cresce più di quello nazionale, sia per i beni sia per i servizi. Questo significa che ci sono pezzi importanti di apparato produttivo industriale e terziario che riescono a sostenere e vincere le sfide competitive. Al contempo, pezzi altrettanto importanti, invece, subiscono vistosi arretramenti. Con la conseguenza, appunto, di crescenti divaricazioni.

Le storie di “successo” e di “insuccesso” sono ben note.

Nell’industria: aerospazio e farmaceutico; meno bene del previsto l’audiovisivo, che comunque conferma e consolida quello romano come il principale “distretto” italiano. Difficoltà, in ampi settori di PMI tradizionali dell’industria e dell’artigianato.

Nei servizi: crescono ICT e software, energetici, a tecnologia avanzata; alcuni pezzi di PMI nell’impiantistica e nei servizi alle imprese, dove Roma è diventata esportatrice netta in tanti settori. In questo comparto, le storie di “insuccesso” e di crisi sono purtroppo numerose: dal pubblico impiego alla distribuzione commerciale, e poi tanti servizi tradizionali (dai servizi alle persone ai servizi pubblici locali, in particolare nei comparti trasporti e ambiente). Qui la crisi deriva dall’arretratezza (produttiva, tecnologica, organizzativa, di capitale umano) che caratterizza ampi settori di terziario urbano, sia privato sia pubblico.

Insomma, mentre, da un lato, il sistema produttivo romano-laziale costruisce componenti satellitari all’avanguardia o brevetta le cure anti-Ebola, dall’altro lato, soffre di un enorme gap di innovazione, soprattutto nel terziario tradizionale, privato e pubblico.

Queste divaricazioni si trasmettono sul sociale – sul peggioramento della distribuzione dei redditi – aggravate da altri tre fattori: il peso della rendita; la sostanziale capacità di tenuta dei redditi alti (il primo quintile di famiglie romane a redditi più elevati ha resistito alla crisi più di quello milanese o torinese), anche grazie alla componente di rendita; l’aggravarsi dei divari spaziali (centro-periferia).

Particolare attenzione va posta al noto problema delle periferie romane che rischiano o sono in una condizione di grave abbandono in ordine ai i servizi essenziali, al trasporto pubblico, all’igiene pubblica, all’aggregazione giovanile. Contemporaneamente aumentano le necessità di integrazione degli immigrati e la pressione abitativa coinvolge non solo le giovani coppie.

Una riflessione specifica merita il sistema finanziario. Guardando ai dati di Banca d’Italia, tre elementi sembrano interessanti per l’analisi:

  • la “performance” è migliore sotto tutti gli aspetti (erogazione, costi per la clientela, sofferenze) nelle grandi banche rispetto alle piccole locali. Anche qui emerge una divaricazione che, a mio parere, conferma la linea del Governo per una ristrutturazione del settore bancario che riduca le debolezze degli istituti di piccola dimensione di tipo locale (riforma Popolari, riforma BCC, eccetera: anche se va detto che BCC Roma è fra le migliori del comparto, e apporterà al nuovo “gruppo” nazionale positività che andranno a compensare negatività che vengono da altri territori del centro e del nord);
  • la quota di crediti coperti da garanzie e la percentuale di garanzie pubbliche su quelle personali sono più basse a Roma e nel Lazio al confronto con la media nazionale: cinque punti in meno per la copertura e tre punti e mezzo in meno per il rapporto fra garanzie pubbliche e garanzie personali;
  • la vulnerabilità finanziaria delle famiglie (misurata dal rapporto fra debiti contratti e reddito disponibile e ponderata per tenere conto della posizione delle famiglie con reddito inferiore alla mediana) è sensibilmente superiore a Roma e nel Lazio al confronto con il centro e con il resto d’Italia (questo dipende ovviamente dal fatto che i mutui per l’acquisto della casa a Roma sono più pesanti, si paga di più la rendita).

In questo quadro cosa può fare la finanza per aiutare a rilanciare Roma e il territorio?

Se, come è emerso finora, la fase storica che Roma attraversa è connotata da una profonda crisi dell’economia reale, accompagnata da una persistente crisi politica, è chiaro che la finanza da sola non può ribaltare questi elementi, ma gli spunti emersi dalle precedenti analisi suggeriscono numerosi terreni di iniziativa per una finanza etica e responsabile che voglia portare un contributo al ritorno del territorio romano su prospettive di crescita economica e sociale più soddisfacenti, a cominciare da:

  • una maggiore attenzione, che va richiesta dalle Istituzioni, dalla politica e dagli operatori economici, alle banche nazionali verso il bacino territoriale di Roma, tramite, a esempio, investimenti per la conoscenza specifica dei fabbisogni di questo bacino e per la formazione di adeguate professionalità per soddisfarli;
  • in particolare, per quanto abbiamo già detto, vedo nella BCC di Roma, all’interno del nuovo gruppo, la possibilità di un rafforzamento del proprio ruolo per garantire una presenza, già importante, soprattutto nelle periferie e nell’intorno metropolitano (che è quello che cresce di più);
  • migliorare il funzionamento del sistema delle garanzie e dell’accessibilità delle imprese romane a questo sistema, in collaborazione con la Regione, la CCIAA e le categorie;
  • aumentare anche nel bacino romano il ricorso ai nuovi strumenti di finanza d’impresa (mini bond, project bond, crowfunding eccetera): anche su questo ci vuole un investimento responsabile dell’industria bancaria e finanziaria;
  • monitorare con attenzione la vulnerabilità finanziaria delle famiglie e migliorare gli strumenti per evitare che situazioni di difficoltà peggiorino per effetto di atteggiamenti burocratici e non pro-attivi del sistema bancario (ristrutturazioni dei debiti, gestione delle crisi di sovraindebitamento, eccetera);
  • contribuire al programma nazionale di educazione finanziaria che Parlamento e Governo stanno varando, per migliorare le conoscenze di base in materia di finanza, previdenza e assicurazioni da parte della popolazione – sia di quella giovane, in età scolare, sia di quella adulta.

Infine, una riflessione sulla situazione politica. Per ragioni varie, che non spetta a questa riflessione indagare, le ultime amministrazioni non hanno potuto/voluto/saputo affrontare questa condizione congiunturale e strutturale, ridando speranza e progettualità alla città.

L’attuale amministrazione, su cui la maggioranza dei cittadini ha, oggettivamente, riposto tante speranze, si misura con difficoltà tradizionali e nuove, oggettive e soggettive. Ma, il tempo passa e le scelte si impongono.

Conclusioni

Ne emerge, alla fine di queste riflessioni, un quadro che offre ai decisori alcune precise indicazioni.

  1. Pur in costanza di contraddizioni evidenti, il territorio romano/laziale è un’area a forte vocazione industriale (si pensi anche a Frosinone e Latina!). Serve una visione ampia di territorio, oltre gli stessi confini della città metropolitana, come bacini di sviluppo, riuniti in distretti tecnologici più che mono produttivi. In quest’ottica, serve un’infrastrutturazione destinata alla mobilità urbana ed extra urbana, sia lavorativa che turistica. Un esempio è la Roma-Lido, che, per i carichi di traffico che esprime, si può trasformare da servizio regionale a servizio metropolitano (maggiori frequenze, treni migliori, eccetera) ripagando un investimento di mercato, con apporto nullo (o minimo) della spesa pubblica.
  2. I dati in sensibile crescita sul turismo ci confermano la inevitabile attrattività turistica (artistica e religiosa) di Roma capitale, che dovrebbe meglio integrarsi, per una offerta completa in ordine al governo dei flussi, con il resto della Regione. Si pensi a Civitavecchia e al porto crociere e alle risorse naturali di eccellenza (spiagge e retroterra montano). Maggiore pro-attività (e maggiore etica) nel project finance per le infrastrutture.
  3. La naturale vocazione della Capitale a essere un centro di servizi va sviluppata in processi di innovazione e organizzazione (è interessante sottolineare che, contrariamente alle previsioni catastrofiste che a metà anni ’90 venivano avanzate in favore della difesa dei vecchi monopoli statali, Roma ha guadagnato dalle liberalizzazioni, perché è diventata la sede principale di tutti i nuovi player entrati o cresciuti sul mercato).

Insomma, come per il Paese, dobbiamo avere un progetto, una visione di Roma e del territorio che guardi al futuro e alla grande trasformazione in atto, sapendo che le opportunità superano le avversità, ma che per affermarlo bisogna scegliere la strada da intraprendere.

Mi pare di poter dire, ringraziandovi ancora per l’invito e l’occasione, che momenti e luoghi come questo possono far convergere verso questa progettualità necessaria tutti coloro che hanno veramente a cuore il “bene comune”.

2016-11-11T16:44:31+00:00 11 novembre 2016|In evidenza, News, Opinioni|

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