Un partito rinnovato, rigenerato e unito

Intervento di Pier Paolo Baretta alla Direzione regionale del Partito democratico del Veneto (Padova, 17 marzo 2018)

Le dimissioni del Segretario Nazionale erano un atto dovuto, vista la situazione che si è creata col voto. Ma non penso che sia necessario replicare questa scelta a livello regionale. Non prendo, pertanto, in considerazione l’eventualità delle dimissioni del Segretario regionale e del Gruppo dirigente, innanzitutto perché non ci possiamo permettere di infilarci in una discussione sugli organigrammi, quando la questione principale è la politica.

Parto, pertanto, dai problemi e dai contenuti.

 

Il risultato veneto

Nel risultato Veneto – deludente, quanto quello nazionale, ma che ha componenti proprie – hanno pesato tre fattori, sui quali focalizzo la mia analisi.

 

Il quadro nazionale

Il primo fattore problematico è, certamente, il quadro politico ed economico maturato in questi due anni, dopo la sconfitta del Referendum, che ha rappresentato uno spartiacque.

Dobbiamo riconoscere che, alla domanda di soluzione dei singoli problemi di ogni giorno, sui quali l’azione del Governo c’è stata, si sono progressivamente sovrapposte, nelle attese popolari, le grandi questioni identitarie: la paure, le sicurezze, il futuro, la quotidianità indifesa. La domanda che si è sviluppata non era di merito, ma di percezione della propria condizione; di prospettiva. Il Censis, pochi mesi fa, nel suo rapporto ci ha descritto un paese affaticato, rissoso, rancoroso… e Francesco non si stanca di ammonirci sull’esistenza di sempre più larghe “periferie esistenziali”.

La mia sintesi è che, loro, i vincitori, hanno dato risposte suggestive (anche identitarie: reddito di cittadinanza e Flat tax) alle emozioni, mentre noi abbiamo dato risposte razionali (e spesso inutilmente giuste) ai problemi.

È stato detto che il nostro è stato un riformismo di manutenzione, più che un riformismo di speranze.

Riflettiamo sulle cose che non hanno avuto alcun peso in questa campagna elettorale e quelle che lo hanno avuto, può essere una traccia di lavoro:

  • non hanno avuto alcun peso il territorio e i candidati, mentre hanno pesato solo simboli e leader nazionali. È venuto meno il senso del collegio uninominale, cioè l’aspetto migliore della legge elettorale;
  • non ha avuto effetto il lavoro fatto dal Governo (che viene dato per scontato), mentre ha pesato tutto ciò che non è stato risolto o non era ancora risolto;
  • non hanno pesato i diritti (la stagione dei diritti!), ma le convenienze;
  • non hanno pesato le organizzazioni di rappresentanza economica e sociale nell’orientamento del voto dei loro associati. Ma, non è questo il loro compito. Bisogna smettere di chiedere i loro voti, perché il loro compito di rappresentanza non è elettorale, ma di interessi dei rappresentati e anche alcune di loro, che ancora si atteggiano a serbatoio elettorale, è bene che riflettano sul punto. Certo, se, come avvenuto in questi anni, li snobbiamo e li indeboliamo, non solo non ne prendi i voti, ma ne perdi;
  • diverso il caso dei Comitati (presenti ovunque e su tutto…). La loro influenza sull’elettore di riferimento potrebbe essere più diretta ed efficace, ma è, generalmente, annullata dal fatto che tutti i candidati sottoscrivono, più o meno, ogni petizione;
  • a differenza del resto del Paese, dove vi è stata una distanza tra le indicazioni e le scelte degli elettori, in Veneto il ruolo della Chiesa Cattolica merita una riflessione particolare. Non aver – colpevolmente, perché chi doveva decidere era stato ben sensibilizzato – rifinanziato le scuole paritarie ha creato una frattura con la gerarchia e l’associazionismo cattolico che ha pesato negativamente.

Per cui, la mia netta impressione è cha la campagna elettorale era finita prima di cominciare…

Ereditiamo ora un grande problema culturale, di senso civico, al quale dobbiamo dedicare molte delle nostre energie. Anche per questo dobbiamo stare all’opposizione, per rifertilizzare, con umiltà e senza presunzione, il terreno.

 

Le scelte del gruppo dirigente

Questo è il secondo fattore problematico. Basti indicare, schematicamente, alcune di queste scelte, successive al mancato ritiro (che, peraltro, sarebbe stato provvisorio) di Renzi, dopo la sconfitta al Referendum costituzionale:

  • la mancata indicazione a premier di Gentiloni;
  • la personalizzazione dovuta alle caratteristiche forti del leader, sul quale si è formato un vero e proprio cordone negativo;
  • l’eccesso di blindatura di alcuni candidati;
  • la formazione delle liste.

E, parlando di liste, è chiaro che il Veneto è stato gestito… “illogicamente”:

  • la scelta delle rappresentanze territoriali è nata squilibrata e l’esito sono due province (Treviso e Rovigo) senza parlamentari; due sottovalutate (Padova e Vicenza) e due sopravvalutate (Verona e Venezia).
  • la scelta degli esterni (ricordiamo la discussione sulla opportunità della candidatura del Ministro Minniti in Veneto);
  • ma – se mi permettete, so che il bon ton politico fa sì che non dovrei dirlo, ma per una volta trasgredisco – la stessa decisione di gestire, così come è stato fatto, il solo rappresentante del Veneto al Governo (non è una questione personale quella che pongo, ma politica).

Allora, qui, i casi sono due: o il Segretario Regionale non ha saputo gestire il rapporto col nazionale e tutelarci o il segretario regionale è stato trattato esattamente come tutti i segretari regionali. Propendo per la seconda ipotesi (da qui l’inutilità delle dimissioni verso di noi, perché semmai sarebbero verso Roma).

Ma, il fatto che propenda per la seconda tesi non è privo di conseguenze, perché ci propone due riflessioni:

  • la prima: quale rapporto siamo in grado di sviluppare tra il Veneto e Roma, tra il partito veneto e il partito nazionale; tra la società veneta, che vogliamo rappresentare, e il Governo centrale, in termini di leale collaborazione, ma anche di riconoscimento del peso di questo territorio; in termini di visione autonoma e federale;
  • la seconda: se, e in che misura, possiamo contare su un gioco di squadra tra noi. Non sono così ingenuo da non sapere che ci sono ambizioni e pulsioni personali, che vanno messe nel conto; ma sto pensando alle prossime scadenze: Europee, Regionali soprattutto, importanti amministrative e, da non escludere, un possibile ritorno ravvicinato al voto per il Parlamento.

 

Le politiche locali

Con questo terzo fattore problematico, introduco il tema più delicato, per noi, perché la responsabilità è nostra e un bilancio serve, anche in funzione delle scadenze sopracitate.

La mia critica a noi stessi è, prima ancora del merito, tutta politica: noi non abbiamo una fisionomia. Non abbiamo un’identità nitida, magari scomoda ma credibile. Non si può essere: né alti né bassi; né belli né brutti; né buoni né cattivi. Faccio tre esempi:

  • il Referendum sull’autonomia del Veneto, sul quale, per carità di patria, abbiamo incerottato una posizione che non nascondeva le ferite. Pongo il problema in maniera volutamente provocatoria: aveva ragione Graziano Azzalin, che ci proponeva di schierarci contro, o Simonetta Rubinato, che ci spingeva a essere a favore? Non possono aver ragione entrambi. Ma scegliere posizioni di compromesso di fronte a un avversario netto e forte, non paga. O si è di pieno appoggio e ci si intesta l’argomento (peraltro in noi una storia di federalismo, legato all’esperienza dei sindaci è più antica della Lega…), o si è di pieno contrasto, perché si valuta che esista la possibilità di incidere su una parte dei cittadini che non si sente rappresentata, nello specifico da Zaia. Io penso che sui grandi temi o si è alleati (e allora, si rivendica la primazia…) o si è alternativi o non si è interessanti. Se avessimo dato ragione a Graziano (o a Simonetta) avremmo preso meno voti (o di più)? Quando poi constatiamo che la maggioranza dei nostri iscritti si è astenuta o ha votato contro…
  • le banche popolari. Anche qui: cosa abbiamo detto di qualificante? Abbiamo, con efficacia, attaccato la Lega per il sistema di potere che ha retto il Veneto per decenni? È possibile che l’intreccio politica e finanza valga solo per noi? Ma, soprattutto, abbiamo coraggiosamente distinto tra il vero truffato e quella indistinta pletora di avvocati e commercialisti che menava le danze e che poi si è candidata con 5 Stelle? Anche qui: ha ragione l’azionista che chiedeva di essere rimborsato dal Governo, ovvero dallo Stato, cioè dagli altri contribuenti, di tutto ciò che ha perso, in quanto azionista (e che, ogni tanto, trovava anche qualcuno del PD che gli lisciava il pelo, nelle assemblee incazzate… ) o ha ragione il risparmiatore che è stato effettivamente truffato? E, ancora, tutti i truffati, o a cominciare da quelli più disagiati (peraltro, silenziosi…), chiedendo responsabilità e solidarietà a quelli abbienti? Per dirla più in grande, o hanno ragione Gianni Dal Moro e Renzi, che bisognava attaccare, a muso duro, Banca Italia o ho ragione io e Gentiloni che, comunque, l’Istituzione andava protetta. Sia chiaro, non penso che avevamo ragione noi, penso che la non chiarezza e la non gestione non paghino;
  • l’immigrazione. Hanno ragione i sindaci, anche del PD, che tendono ad avallare la tolleranza zero o aveva ragione l’Anci che proponeva una ripartizione equilibrata? La prima linea produce Cona, sulla quale non abbiamo avuto una posizione netta, perché, se, come io penso, dovremo chiuderla, dovremo avere un’idea di dove ricollocare i residenti: o altrove, da qualche parte, qui da noi, o li rimandiamo in Africa…

Mi fermo.

Allora, la mia conclusione è semplice, si riparte da qui:

  • dal 19/20% che ci ha votato;
  • dal 50% che non ha votato i due vincitori;
  • dalla coalizione (non sottovalutiamo il piccolo potenziale che esprime);
  • dai circoli e dagli amministratori;
  • dalle relazioni con le rappresentanze sociali ed economiche che, se non portano voti, di sicuro ne possono togliere.

Ma per farlo ci vuole un partito rinnovato, rigenerato e unito.

Mi soffermo, in conclusione, su questo aspetto: apriamo un percorso che, attraverso un’assemblea programmatica, da collocare dopo le amministrative, porti a una piattaforma di contenuti e a una gestione unitaria del partito. Ribadisco: unitaria.

Cosa faranno a Roma lo vedremo e lo seguiremo con attenzione e partecipazione, ma cosa facciamo in Veneto dobbiamo saperlo e deciderlo noi.

2018-03-19T18:00:24+00:00 19 marzo 2018|Comunicati stampa, In evidenza, News, Notizie dal Veneto|

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