Ripartiamo da… ReS!

Una lettera aperta, un’analisi del voto, un punto da cui ripartire. Buona lettura!

Care amiche e cari amici,

il risultato elettorale apre, nel Paese, una fase completamente nuova. Siamo stati investiti da un terremoto profondo che segna un cambio storico, non di breve periodo, sul piano istituzionale, politico e sociale.

Un voto post-ideologico, cioè non legato ad appartenenze politico-partitiche tradizionali; un voto radicale. Non hanno vinto né la destra né la sinistra né il centro; ma un “impasto” di parole d’ordine che hanno mescolato assistenzialismo e razzismo, esclusione e protezione.

Un voto, in quanto non ideologico, considerato mobile, ma non per questo instabile.

Entrambi i vincitori hanno forme originali di radicamento sociale e territoriale: non nelle sezioni tradizionali, nei circoli; ma nei bar e nelle bocciofile; non nei giornali, ma nei social. Sono cioè “movimento”: comitato civico, più che partito in senso tradizionale, in cui vige una democrazia diretta: poca nei voti delle parlamentarie e dei confronti interni, ma tanta nei social.

In questo contesto, le ragioni della sconfitta del centrosinistra, del Partito democratico, (e, sull’altro fronte, di Forza Italia, cioè di quelle che sono rappresentate come le forze tradizionali) partono da qui, dalla forma della politica, dalla rappresentazione che dà di se stessa e dalla percezione che l’elettorato ne ha. Politica e leader massacrati da anni di anti-casta, che non abbiamo saputo contrastare in difesa della buona politica.

Inoltre, di fronte ai nodi complessi della globalizzazione, della nuova natura esplosiva delle disuguaglianze, della soggettività delle esclusioni e inclusioni, dei millenials, della divisione internazionale del lavoro, ovvero delle nuove forme e soggetti dell’accumulazione e redistribuzione, si pone il problema di ripensare alla nostra collocazione politica, oltre gli schemi tradizionali. Se è indiscutibile che determinati valori (il lavoro, la sicurezza, la pace, la salute, ecc.) siano patrimonio universale, è inevitabile (e necessario) che la loro traduzione in misure attuative diventi la matrice distintiva di chi si candida a governare un Paese. Ma in questo nuovo scenario serve andare non oltre, ma avanti!

Nella lotta per la civiltà siamo tanti e camminiamo insieme, oltre i vecchi steccati ideologici. Una piattaforma civica sa allargare le aggregazioni oltre gli schemi di appartenenza e, al tempo stesso, stabilire le differenze; il discrimine. È questa la fisionomia che dobbiamo tornare ad affermare per il Pd: aperta, inclusiva, rappresentativa di ampi strati popolari, di ceto medio e di classe dirigente.

Non tanto la campagna elettorale, che è durata poche settimane, ma le vicende di questi anni ce lo dimostrano. La domanda di soluzione dei singoli problemi di ogni giorno, della crisi, della crescita (questioni sulle quali l’azione dei governi è nata e c’è stata), era solo la punta di un iceberg. Nelle attese popolari, della gente, crescevano, sincere, strumentali, grandi questioni identitarie: le paure, le sicurezze, il futuro, la quotidianità indifesa. La domanda che si è sviluppata non era solo di merito, ma di percezione della propria condizione, di prospettiva.

Il Censis, pochi mesi fa, nel suo rapporto ci ha descritto un Paese affaticato, rissoso, rancoroso e Papa Francesco non si stanca di ammonirci sull’esistenza di sempre più larghe “periferie esistenziali”.

In questo contesto, il cambiamento sociale, il lavoro precario a basso reddito per i giovani, la pensione troppo lontana (per tutti), la sicurezza alle soglie di casa hanno avuto, giustamente, la meglio. Su tutto.

Ed è qui che si inserisce la difficoltà di rapporto, tra l’indifferenza e la rottura, coi corpi intermedi, i sindacati e le associazioni di impresa, le rappresentanze di interessi. Non perché si sia rotto con un blocco sociale e politico che non esisteva già più, come ben dimostra il voto, ma perché si è sfibrato e non alimentato, un tessuto di relazioni che, con tutti i limiti evidenti che sappiamo e che necessitano di una profonda rivisitazione da parte degli stessi soggetti economici e sociali, vivono in equilibrio precario tra il corporativismo e la solidarietà. La crisi della rappresentanza è evidente e va affrontata, ma nel processo di disintermediazione i rappresentanti finiscono per sfuggire al controllo e spostarsi altrove? Il tema, dunque, non è la quantità dei voti che da lì non arrivano, ma la qualità della democrazia che si deprime.

Le organizzazioni di rappresentanza economica e sociale non hanno pesato nell’orientamento del voto dei loro associati. Ma, non è questo il loro compito. Bisogna smettere di chiedere i loro voti, perché il loro compito non è elettorale e alcune di loro, che ancora si atteggiano a serbatoio di vori, è bene che se ne facciano una ragione. Il loro compito è di rappresentare fasce sociali e categorie economiche, in un equilibrio, che va ritrovato ogni giorno, tra interessi e valori, per evitare il rischio di corporativismo. Condizione tutt’altro che irrilevante ai fini della costruzione sociale. Lo “sbocco politico” – come si diceva una volta – dei corpi intermedi sta nel metterli in condizioni di far bene la loro missione. Se, al contrario, la politica li snobba, come è avvenuto in questi anni, non solo non ne prende i voti, ma ne perde…

Diverso il caso dei Comitati (presenti ovunque e su tutto). La loro influenza sull’elettore di riferimento potrebbe essere più diretta ed efficace, ma è, generalmente, annullata dal fatto che tutti i candidati sottoscrivono ogni istanza.

Il ruolo della Chiesa Cattolica merita pure una riflessione particolare. Che il voto cattolico fosse sciolto nella società liquida, lo si sapeva da tempo, ma stavolta è clamorosa la scissione. In Veneto, in particolare, non aver – colpevolmente, perché chi doveva decidere era stato ben sensibilizzato – rifinanziato le scuole paritarie (cioè quelle che operano perché non ci sono le pubbliche) ha creato una frattura esplicita con la gerarchia e l’associazionismo cattolico che ha pesato negativamente.

Infine, le scelte del gruppo dirigente.

Il Referendum ha rappresentato uno spartiacque! Da allora non ci siamo più ripresi, a partire dalla scelta di Renzi di non mettersi da parte (per un po’), che ha provocato una crisi di credibilità personale; per continuare dialettica con il governo Gentiloni, un anno di dubbi sulle vere intenzioni del Pd sul Governo; e finire con la mancata indicazione a premier di Gentiloni e la formazione delle liste.

La mia sintesi è che i vincitori, hanno dato risposte suggestive (anche identitarie: reddito di cittadinanza e Flat tax, sicurezza, Europa matrigna) alle emozioni, mentre noi abbiamo dato risposte razionali (diciamo “tecniche”) e spesso inutilmente giuste ai problemi.

Il nostro è stato un riformismo di… manutenzione, più che un riformismo di prospettiva, di speranze. E come ci ricordava Longanesi “Alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione”. Sicché, non ha avuto alcun effetto il lavoro fatto dal Governo (che viene dato per scontato).

Per questo non hanno avuto alcun peso il territorio e i candidati, mentre sono stati determinanti simboli e leader nazionali; facendo venir meno il senso del collegio uninominale, cioè il significato migliore della legge elettorale.

Non ha pesato la “stagione dei diritti” (tanto valeva farlo lo Ius soli!), ma le convenienze.

Mentre ha pesato tutto ciò che non è stato risolto o non era ancora risolto sui grandi (pochi!) temi identitari.

Il punto, dunque, torna a essere il riformismo, lanciato con inedita forza da Renzi, nella prima ora e poi inciampato tra i vincoli di Bruxelles, le complicazioni delle burocrazie, l’affastellamento di provvedimenti numerosi, singolarmente incisivi, ma collettivamente apparsi sbiaditi, l’atteggiamento da sicumera di una leadership logorata.

Per cui la mia netta impressione è cha la campagna elettorale era finita prima di cominciare…

Ereditiamo ora un grande problema culturale, di senso civico, al quale dobbiamo dedicare molte delle nostre energie. Anche per questo dobbiamo stare all’opposizione, per rifertilizzare, con umiltà e senza presunzione, il terreno.

Sul piano personale, le ragioni che hanno portato alla mia mancata elezione sono state molteplici, dalla selezione di una classe dirigente di fedelissimi a differenti punti di vista manifestatisi nel corso del mio mandato al Governo su delicate questioni, in particolare le banche e i giochi.

Si conclude, così, la mia duplice esperienza, parlamentare e governativa.

Quali sono, allora le prospettive? Per me continuare a fare politica fuori dalle istituzioni, ma dentro la società. Non a caso ho parlato nei giorni scorsi di impegno civico, perché sono convinto che anche la politica e i partiti siano cambiati, perché è cambiata la società. Ci vuole una visione “civica”.

Con alcuni di voi, in questi anni, c’è stato un percorso condiviso. Con altri più di recente. Quindi è giusto anche confrontarci insieme. Non è solo una mia scelta, ecco perché oggi parliamo anche del futuro di Ares. Anche per l’Associazione si impone una riflessione e delle scelte. Se, come io penso e vi propongo, si va avanti, serve un salto di qualità.

Che fare?

Propongo che AReS diventi un centro di raccolta dei… perdenti volonterosi e dei vincenti futuri. Un luogo di incontro al servizio di una rete che si inneschi nella politica e nelle rappresentanze sociali.

Serve riprendere un tessuto di relazioni, idee e di contenuti.

Questa la mia proposta concreta, che sottopongo alle vostre valutazioni per condividerla, implementarla, modificarla:

  • cambiare il nome dell’associazione da AReS a ReS.
  • definire un piano di contenuti e un piano di comunicazione.
  • rafforzare la presenza territoriale con 5 punti di lavoro: Lazio (Roma e Latina), Veneto (Venezia e Treviso), Friuli Venezia Giulia, Toscana (Siena), Lombardia (Milano, soprattutto) e Abruzzo;
  • prevedere iniziative formative e culturali: pubblicazioni, convegni, seminari, scuole di politica;
  • individuare risorse: oggi scontiamo meno impatto, ma di sicuro più libertà nella raccolta dei sostegni economici.
  • avviare collaborazioni con altri soggetti, sia associazioni o fondazioni o centri studi, sia singole persone.

Ecco, ancora una volta siamo di fronte ad un passaggio di fase e, come sempre in questi momenti, l’alternativa è: ripartire, rigenerarsi e decidere che si fa sul serio o fare un brindisi di saluto!

Grazie!

Pier Paolo

2018-04-05T16:17:41+00:00 5 aprile 2018|In evidenza, News|

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