Baretta: “Per il Pd è necessario andare oltre l’Aventino”

Si riporta, in sintesi, l’intervento di Pier Paolo Baretta alla direzione metropolitana del Pd di Venezia svoltasi a Martellago venerdì 13 aprile.

 

Le cause della sconfitta del PD

Le cause della sconfitta del PD stanno in tre aspetti precisi, dei quali eravamo stati avvisati.

  1. L’incapacità di intercettare i processi sociali profondi

Il primo riguarda la presenza di processi sociali profondi che non abbiamo intercettato. Eppure, avevamo visto la Brexit, il voto in Olanda, l’ascesa di Trump e, in forme diverse, dello stesso Macron (un movimento che in pochi mesi sbaraglia il campo). Inoltre, pochi mesi prima del voto, il Censis ci aveva detto che il Paese è affaticato, rancoroso… vedevamo che crescevano la paura, il disagio, il malcontento.

La nostra risposta è stata un buon governo, quasi… tecnico: un riformismo di manutenzione. Nulla di sbagliato, sia chiaro, anzi.Un buon lavoro e, per giunta, non abbiamo fatto poco; semmai abbiamo fatto troppo: abbiamo utilizzato le risorse disponibili in molti rivoli, avviando tante riforme, ma senza completarle. Il Jobs Act senza i servizi per l’impiego non risolve la precarietà; l’Ape social senza quella volontaria, per giunta costosa, diventa la conferma della Fornero, non la sua correzione; la riduzione del costo del lavoro senza aggredire i contributi in maniera stabile non risolve il problema; l’accoglienza senza il Ius soli non è né carne né pesce; la sicurezza senza almeno l’esercito davanti alle stazioni di Mestre, di Padova, non è percepita come una rassicurazione. L’Europa dei vincoli, senza gli Stati Uniti d’Europa è matrigna.

Siamo stati in mezzo al guado. Abbiamo, cioè, giustamente, cominciato le aggiustare le strade, a fare le fognature e a riparare i tetti (“stuco e pitura”, si dice da noi), ma non a ridisegnare la casa.

Speravamo in una riconferma per completare il lavoro. Ma, la crisi più drammatica da un secolo e la tumultuosità dei cambiamenti era tale che la urgenza di risposte era tale che ció che era incompleto è stato ritenuto sbagliato o inutile.

Gli avversari poi hanno soffiato sul fuoco delle emozioni, delle paure, delle preoccupazioni. È molto grave tutto ciò e dobbiamo continuare a dirlo. Lega e 5Stelle hanno, sì, dato risposte sbagliate ed impraticabili ad un problema vero, ma hanno dato la impressione di avere una idea di Paese. Noi abbiamo impostato le riforme che ci volevano, ma non abbiamo dato una visione che ci voleva perché sono state le grandi questioni delle paure, delle insicurezze, delle precarietà lavorative e di reddito, cioè la incertezza del presente e del futuro, il metro di misura di questa campagna elettorale.

  1. Le divisioni del centrosinistra

La seconda causa è l’estenuante divisione nel campo del centrosinistra che rende non affidabile o interessante la proposta politica. La vicenda di Leu pesa su tutti: su di loro, in primis, ma anche su di noi.

  1. Il Pd e le scelte del gruppo dirigente

La terza causa è tutta interna al Pd e alle scelte del gruppo dirigente. Ed ha due aspetti. Da un lato, un concentrato di fastidio verso il leader: eccessivo e sproporzionato. Eppure, un anno prima del voto abbiamo perso malamente un Referendum decisivo, anche per un eccesso di personalizzazione, senza trarne alcuna conseguenza, né di analisi né comportamentale.

Dall’altro, un mese prima del voto il governo aveva un consenso al 40% e il Pd al 20… il che consigliava di lanciare Gentiloni. Infine, la gestione delle pluri-candidature blindate.

Quando peso hanno avuto la seconda e la terza causa? Non avrebbero modificato lo scenario di fondo, e quindi facciamo bene a concentrarci sulle cause politiche, ma, insomma, il 18/19% è ben diverso dal 23/24%. Soprattutto in rapporto a questa congiuntura post-elettorale e alle consultazioni.

 

Come si riparte?

Ciò detto dobbiamo ripartire. Sui contenuti ho detto.

Sul piano organizzativo serve una riflessione sugli strumenti. Si è detto: ripartiamo dal territorio e coinvolgiamo i cittadini. Giusto, ma cosa vuol dire? Lega e 5 stelle hanno vinto non con i circoli e la tv; ma nei bar e col web. Riflettiamoci.

Rispetto a quanto sta succedendo in questi giorni, invece, dico subito che non condivido l’idea di una nostra partecipazione diretta a un governo politico con 5 stelle o con la Lega.

Non lo reggeremo con la fragile rete dei nostri militanti, scossi dal risultato elettorale; insoddisfatti di come ci siamo arrivati; desiderosi di ricostruire una comunità viva, radicata, e, soprattutto, unita.

Inoltre ci separano dai vincitori troppe distanze di strategia. Concepiamo diversamente l’accoglienza; la sicurezza diffusa; il lavoro; la protezione sociale; l’Europa.

Abbiamo l’esigenza di accentuare i tratti di queste politiche e, attraverso esse, renderci nuovamente riconoscibili.

Come potremo riuscirci se le annacquassimo in un patto nel quale, peraltro, saremo minoritari?

C’è, però, un argomento, che va considerato, a favore di un ruolo attivo del Pd alla formazione di un governo (non significa partecipare, può anche significare consentire di far partire un governo). L’argomento è impedire, per il bene del Paese, la saldatura tra 5 stelle e Lega.

La pericolosità di una intesa tra i due, sia sul piano istituzionale sia economico, non sfugge a nessuno. Si sommerebbero tutte quelle scelte negative che abbiamo combattuto, chiudendo, come si è visto in questi primi giorni sulla cariche parlamentari, ogni spazio. Una specie di dittatura democratica. Inoltre, possiamo prevedere le reazioni dei mercati se la loro piattaforma elettorale, sommata, diventasse davvero programma di governo. Certo, è inevitabile – ed è bene – che chi governa si misuri con la complessità dei vincoli internazionali e di questo renda conto agli elettori. Ma, fino a che punto possiamo permetterci questa verifica?

È attorno a questo nodo che dobbiamo dibattere e decidere: la strada migliore è dare credito al Capo dello Stato, confermandogli la nostra opzione principale per l’opposizione, ma ascoltando e accettando le sue indicazioni.

Per superare questo passaggio, che è stretto qualsiasi sia la scelta, serve coesione interna, un gruppo dirigente legittimato e nessun personalismo. Per questo motivo, penso che in Assemblea sia meglio eleggere il Segretario – personalmente non ho obiezione che sia Martina – e condividere un percorso di medio periodo che ci porti al Congresso.

Rispetto, infine, alle vicende metropolitane, mettiamoci nell’ottica di arrivare all’Assemblea, che ormai va decisa, uniti, eleggendo un segretario e avviando una gestione unitaria del partito a Venezia.

2018-04-16T15:31:25+00:00 16 aprile 2018|Senza categoria|

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